Le ore/uomo tradotte in denaro, ovvero quanto può valere un'ora di un Uomo o meglio di un'Unità come a volte alcuni in determinati uffici definiscono i dipendenti. Ma questo è bene che non si dica in giro, eh! viene poi aggiunto.
E allora, quanto può valere un'ora di un Uomo.
Ma che domande...dipende ovviamente! Dipende da che incarico ricopre, dal suo curriculum, da quanto è pagato, ma soprattutto da quanto è in grado di produrre. Mah!
Produrre....produrre....produrre che? Saliva? Sudore? Ormoni? Lacrime? Escrementi? Cellule assortite ovvero glubuli bianchi, neuroni, spermatozoi, miociti? Mitocondri forse? Peli? Forfora? Questo produce l'Uomo.
Oppure produrre.... emozioni che alcuni scienziati le traducono in feromoni ma alla fine è lo stesso.
E il marketing che fa proprie le ore dell'Uomo e cerca di rivendertele con animo nobile che alla fine ci si crede pure e viene anche una bella cosa. E penso a quella famosa carta di credito che dice qualcosa tipo "..ci sono cose che non si possono comprare..." giusto per invogliarti a comprare anche un fine settimana per fare immersioni lontano dalle riunioni.
Sono in pochi quelli che riescono a non sentire quella voce
Money talks - JJ Cale
Money talks, it'll tell you a story
Money talks, says strange things
Money talks very loudly
You'd be surprised the friends you can buy with small change
They say it's the root of all evil
They say gold is the king
Money talks, you'd better believe it
All that gold don't mean a thing
Rich people, hear those pockets jingle
Spare change, hear the down-and-outers cry
Money talks, tip-toe up behind you
Steal what they can, off the cuff or on the sly
Money talks
Money talks
Money talks
Money talks
Li ho visti il pomeriggio di qualche giorno fa. Non erano in fila per tre con il resto di due. Probabilmente non erano nemmeno quarantaquattro. Di certo non erano gatti.
Mi ha detto Vieni che ti faccio vedere una cosa. E mi invita a seguirlo lungo un corridoio e poi dietro una porta e un’altra e un’altra ancora. Nel silenzio sentivo i miei passi in quei corridoi larghi e dal soffitto alto. Sentivo i suoi, davanti ai miei, leggermente spostati ma nella stessa direzione. Ho pensato per un momento Ma che metafora, questo corridoio. I suoi passi davanti ai miei e i miei che già da un po’ sono seguiti da altri. E mentre oltrepassavamo quelle porte sentivo due dei miei sensi che coglievano qualcosa un odore, un suono. Giusto ai confini del percettibile. Un’altra porta, stavolta la percezione è più forte, sembra una cantilena una ninna nanna ma con il dolore dentro. E dal naso entravano essenze mai sentite. Odore di immobilità e di velocità. Ecco l’ultima porta, a vetri stavolta. Dietro intravedo un corridoio, un altro corridoio stavolta poco illuminato quasi buio. E il vetro con dietro il buio diventa quasi uno specchio. Ombre immobili. E figure in movimento. Mi apre la porta.
Erano in fila per uno. Una fila lungo un lato del corridoio e un’altra lungo l’altro lato. Immobili sulle loro carrozzelle. “Nelle “ loro carrozzelle. Piegati su se stessi, alcuni. Uomini indistinguibili dalle donne. Una “cosa” intorno alla quale ruota gran parte della nostra vita cancellata. Dissolta. Dalle loro bocche suoni. Parole, forse, nella mente di qualcuno, chissà. In una mente sbriciolata dai gomitoli neurofibrillari e pervasa dall’acetilcolina che non sa più dove andare e che magari ce n’è anche poca. Il reparto degli Alzheimeriani. Odore di anticamera di morte. Odore di una vita che non c’è più per come la pensiamo di solito. La coscienza, la consapevolezza di sé resa impalpabile da quando un qualche gene ha deciso di lavorare diversamente da come aveva fatto fino a quel momento. Nessuno sa cosa nasca dentro la mente di una malato di Alzheimer né quali percorsi segua. Nessuno sa se sanno ancora cos’è la vita o come si è trasformata. La mattina le assistenti li raccolgono dai loro letti li lavano li vestono e li mettono sulle loro carrozzelle. Pausa pranzo. Anche per loro, sì. E poi via fino a cena. Imboccati, cibo tutto intorno come i bambini di pochi mesi. E dopo di nuovo a letto. E così via. Fino a quando un qualche organo stabilisce di fermarsi.
Con lui, che mi aveva portato fino a lì con i suoi passi davanti ai miei, percorsi diversi ma la stessa direzione, non ci siamo detti niente. Con le parole.
Poco fa non ricordo già più come ho inciampato in una pagina impigliata in quella rete che è la quotidianità di molti. E ho trovato questo. Gli xls e i ppt, le mail e l'agenda sono spariti dalla scrivania, quasi che si volessero nascondere da soli.
Appoggio qui queste righe, giusto qualche minuto in silenzio che le scadenze (lavorative e non) sono lì a ruggire. Adesso qualche minuto, fra qualche giorno saranno un po' più docili e tornerò qui.
Questa ninna nanna venne composta nel 1942 da Alexander Wertynski e Aron Liebeskind. Quest'ultimo era un ventiquatrenne portatore di cadeveri nel lager di Treblinka, dove vennero uccisi e cremati la moglie e il figlio di tre anni. Quasi impazzito, Lieberskind riuscì a scrivere questa ninna nanna.
Ninna nanna del crematorio
Crematorio nera porta
che all'inferno porterà
vi trascino neri corpi
che la fiamma brucerà
Vi trascino il mio figliolo
con i suoi capelli d'or
coi suoi pugni in mezzo ai denti
figlio mio come farò
O mi sbaglio e dormi tu
ed allora figlio tu
dormi e intanto ninna-ò
io ti cullerò
E tu sole perché taci
tu che sai la verità
era solo di tre anni
ma non ebbero pietà
I suoi occhi silenziosi
che ti guardano lassù
hanno lacrime di pietra
che non scenderanno più
O mi sbaglio e dormi tu
ed allora figlio tu
dormi e intanto ninna-ò
io ti cullerò
Quei periodi in cui si incontra uno spaccato longitudinale nel tempo di chi le vacanze può ancora permettersele. Chi viaggia in treno, chi in macchina, chi in moto, chi alla come capita. Chi con yacht grandi come palazzi e nuota scortato dal tender (ho visto anche questo) e chi il gommone se lo porta da casa assieme al fuoribordo da dieci cavalli. Chi si mette per dieci, venti giorni in una stanza d’albergo e vive il luogo in cui si trova e chi gira gira di continuo.
Tutti alla ricerca di qualcosa che se non è dentro di sé aivoglia a cercare (aivoglia: licenza poetica).
I ragazzi giovani giovani che magari è la prima volta che escono insieme e le coppiette che, chissà, su quelle spiagge sotto quel cielo con tutte le stelle che cadono si promettono amore eterno. E magari ci credono pure. Le famigliole del mulino bianco con i figli vestiti come piccoli ammiragli cappello-bianco-maglietta-blu e le famigliole scoppiate che li guardi e ti chiedi se se lo sono mai domandati il perché di restare ancora insieme.
La coppia di turisti di chissà dove visti una sera al tramonto su una spiaggetta raggiunta dopo qualche chilometro di sterrato, così diversi dai cumenda-manager-cisonoioenessunaltroalmondochiseitumerdaqualsiasi. Almeno centotrenta anni equamente divisi e lui che le prepara con cura l’asciugamano prima di tuffarsi insieme e insieme al sole che scende nel mare immobile e silenzioso della sera. Chissà in quale spiaggia sotto quali stelle che cadevano si sono promessi l’amore eterno. E comunque quella spiaggia ha lavorato davvero bene.
Non credo molto alla sindrome del rientro.
Se si sta bene con se stessi si sta bene ovunque. Se ci sono casini, idem.
Si ricomincia. Cellulare, agenda, pc. In una multinazionale basta questo. Quasi.




